
Intervista con le signore Roberta Bartolini e Antonia Vettori, condotta da Maria Rosaria Annunziata e Giovanna Recati. Trascrizione di Maria Rosaria Annunziata.
La signora Roberta e la signora Antonia hanno frequentato la scuola di ricamo di Scarperia dagli anni '50 in poi.
La scuola di ricamo di Scarperia era molto apprezzata, era gestita dalle suore carmelitane di Santa Teresa e si trovava presso il convento annesso alla propositura dei Santi Jacopo e Filippo.
Vi si svolgeva il ricamo a telaio su capi di grandi dimensioni destinati a divenire tovaglie, lenzuola, coperte.
A Scarperia la scuola di ricamo costituiva per le bambine l'alternativa allo stare a casa. Infatti con la quinta elementare il ciclo scolastico delle bambine si concludeva e solo due possibilità venivano loro offerte: imparare a ricamare o apprendere il mestiere di sarta.
Era tradizione nella società degli anni 40-50 che le bambine, appena finita la scuola dell'obbligo, si avviassero a un mestiere. La società era prevalentemente contadina e povera ed i mestieri più diffusi erano perciò semplici, nel senso che non richiedevano molti mezzi bensì la semplice attività manuale.
Al pari di altri mestieri che venivano fatti in casa il ricamo non veniva pagato molto. Oltretutto erano in tante a saperlo eseguire e, come succede in questi casi quando c'è grande offerta, i prezzi erano contenuti.
Nella maggior parte dei casi le ragazze venivano avviate dalle famiglie ad imparare il mestiere di ricamatrice, sarta o camiciaia pù per tenerle occupate dopo l'età della scuola che per far loro imparare un mestiere che avrebbero esercitato in maniera stabile nella vita. Era in un certo senso un'occupazione a mezzo tra la scuola dove si impara e la famiglia dove si vive. Poche di queste ragazze poi avrebbero esercitato questo mestiere presso le fabbriche.
Le donne si preparavano da sole a ricamo anche il corredo.
Le bambine che entravano a far parte della scuola di ricamo vi rimanevano a ricamare fino a che non si sposavano.
La scuola di ricamo risale a tempi molto lontani, prima della guerra nei laboratori presso il convento si producevano capi di vestiario per l'esercito e anche fregi e mostrine.
Le suore hanno vissuto nel convento di Scarperia dal 1906 fino al 1987, anno in cui il convento è stato chiuso e le suore si sono trasferite nella casa madre di Campi Bisenzio, perché erano rimaste in poche per giustificarne l'apertura. Con il rientro delle suore alla casa madre anche la scuola di ricamo ha chiuso i battenti. Sono rimaste solo due anziane signorine che ancora oggi vanno a ricamare presso i locali del convento.
Ma la scuola di ricamo era già in crisi da diversi anni. Con il terremoto del 1960 il laboratorio si impoverì: molte ragazze lasciarono il paese in quanto le loro famiglie si trasferirono a Firenze a seguito dei danni riportati dalle case. In pochi anni, dal 1960 in poi, la popolazione di Scarperia decrebbe da circa 8.000 a poco più di 5.000 abitanti.
C'è anche un altro fattore che ha determinato la fine di quest'arte ed è quello economico. Con il ricamo si guadagnava e si guadagna molto poco, il tempo impiegato a confezionare un capo ricamato a mano non è mai sufficientemente ricompensato. Oggi un'ora di ricamo viene retribuita 3.500 delle vecchie lire. Negli anni '60, con l'apertura delle prime fabbriche a Pianvallico, molte donne preferirono andare a lavorare in fabbrica dove guadagnavano in un mese quello che avrebbero guadagnato in due anni di lavoro come ricamatrici.
Le suore acquisivano lavoro soprattutto dalla ditta Bellini di Firenze, che negli anni '50 era molto rinomata, aveva un negozio in Via Tornabuoni a Firenze, un negozio a Roma e uno a New York, la clientela era molto ricca (la principessa indiana Malotra, re Faruk), si ricamavano corredi completi per gli yacht e così via.
A Scarperia è stato ricamato tutto il corredo di Grace Kelly e quello di Farah Diba, commissionati tramite la ditta Bellini.
Le ricamatrici venivano pagate a cottimo, si stimava quante ore richiedeva un lavoro e il compenso era proporzionale alle ore impiegate. Il compenso orario era di circa 80 lire negli anni '50-'60.
Ogni lavorante aveva un quadernino su cui venivano segnate le ore e il compenso orario. A fine mese le suore facevano il conteggio delle ore e pagavano le lavoranti. Suor Giulia sovrintendeva al lavoro delle ricamatrici ed era molto pignola. Passava continuamente a controllare se il lavoro procedeva bene, controllava attentamente e se non era soddisfatta faceva disfare il lavoro, punto dopo punto, ripassando indietro l'ago. Durante il lavoro alle ragazze piaceva chiacchierare e scherzare, ma le suore talvolta brontolavano, a volte facevano recitare il rosario; c'era anche l'ora del silenzio; alcune volte si poteva cantare o raccontare barzellette. Le suore non volevano che le ragazze che frequentavano il laboratorio di ricamo andassero a ballare, nemmeno per il Carnevale, quindi organizzavano loro una festa con la cena e un po' di musica. Chi andava comunque a ballare veniva sospeso per un giorno di lavoro.
Ancora oggi alcune signore di Scarperia continuano a ricamare, ma molte lo fanno per beneficenza. Il giovedì vanno a prendere il lavoro nel vecchio convento, la loro manodopera non viene pagata ed il ricavato della vendita viene utilizzato per le spese della casa di accoglienza, per il riscaldamento dei locali che ancora oggi ospitano l'asilo infantile e per beneficenza.
Il lavoro delle giovani ricamatrici si svolgeva a telaio (il telaio poteva essere lungo anche cinque o sei metri) e su ogni telaio lavoravano 4 o 5 ricamatrici, si ricamavano tovaglie, lenzuola, coperte. C'erano anche telai più piccoli dove si ricamavano tovaglioli, fazzoletti, grembiulini e in questi telaietti si chiamavano 'buchine'.
Per ricamare le ragazze usavano un ago molto sottile, ditale, forbici, filo da ricamo. La stoffa da ricamare poteva essere: seta, bisso, organdis in seta; i punti impiegati erano: il punto ombra, traforato, sodo, a filo contato, le vitine, la filza. Il lavoro era molto impegnativo, qualcuna perdeva anche un po' la vista a forza di ricamare.
Oltre alla ditta Bellini si lavorava anche per altre aziende più anonime come la ditta Scarfò di Firenze per cui si ricamavano camicie da donna in seta pura, ma si facevano generalmente lavori meno raffinati.
Le ragazze che andavano a ricamare erano numerose, circa una cinquantina, e venivano chiamate 'le mani d'oro'. Negli anni '60 la scuola era piuttosto grande, su due piani, costituita da un laboratorio per le ragazze più grandi che erano le ricamatrici più esperte, quelle che facevano i lavori più raffinati, e c'era il laboratorio delle piccine chiamato 'scuolina' che facevano un lungo apprendistato prima di arrivare 'di sopra' (perché il laboratorio delle grandi era al primo piano), di solito dalla fine della quinta elementare fino ai 18 anni. Le ragazze frequentavano il laboratorio 8 ore al giorno con una pausa per il pranzo fino alle 7 di sera.
Il lavoro però non era pesante, non era come in fabbrica dove c'era la catena, si veniva pagati per quanto si produceva ma l'ambiente era allegro, ricco di risate e gioia anche perché composto di sole donne, ma c'era una certa libertà e spensieratezza nonostante il carattere un po' arcigno di suor Giulia che dirigeva la scuola.
Di solito le ragazze restavano nel laboratorio solo fino al matrimonio anche perché le suore volevano evitare contatti tra donne sposate e nubili perché non si scambiassero confidenze sulla vita matrimoniale, poi però anche la mentalità delle suore cambiò e le donne sposate furono accettate nel laboratorio anche quando avevano i figli (che lasciavano all'asilo parrocchiale e che raggiungevano le mamme al laboratorio finito l'orario scolastico).
Gli orari non erano rigidi e le donne sposate potevano conciliare la vita familiare con il lavoro. Si poteva stare a casa quando se ne aveva necessità.
Le ragazze che frequentavano la scuola erano circa 25-28 negli ultimi periodi, anche grazie alla presenza delle donne maritate che forse furono reintegrate nel lavoro anche per sopperire alla penuria di 'mani d'oro' che, come si è detto, dopo gli anni '60 preferivano sempre più il lavoro in fabbrica molto meglio remunerato.
Le custodi di questa tradizione del ricamo erano le suore, soprattutto le più anziane come suor Giulia. Erano le suore e poi le ragazze 'esperte' che insegnavano via via l'arte del ricamo alle nuove arrivate.
La scuola di ricamo delle suore era specializzata in ricamo a telaio ma a Scarperia c'era anche la tradizione del ricamo a mano che veniva per lo più svolto dalle ricamatrici presso le proprie abitazioni. C'erano piccoli imprenditori come il signor Roberto Sgobaro che facevano da intermediari, procacciavano il lavoro e lo davano alle lavoranti a casa ma era un lavoro non a telaio e con ricami meno raffinati e preziosi.
Quando il signor Sgobaro era giovane sua madre insegnava a ricamare a tante ragazze, erano una quindicina, che imparavano un punto che si chiamava il "filo contato", ma i punti più usati nel ricamo a mano erano il gigliuccio e il punto a croce. In casa della signora Sgobaro c'era una stanza grande con tante sedie basse, le ragazze facevano bellissimi ricami contando i fili sulla tela. Le giovani ricamavano e le più esperte facevano le rifiniture. La tela e il filo da ricamo provenivano da due ditte di Firenze: Mecatti e Viliardi.
Quando le ragazze si sposavano non andavano più a lavorare a casa della datrice di lavoro ma prendevano il lavoro a casa loro. Il signor Sgobaro proseguì il lavoro della madre, ma dava il ricamo a domicilio e si creò anche una propria ditta: la Domus. Con il boom del lavoro in fabbrica riconvertì la propria attività acquistando delle macchine per ricamare perché le ragazze che lavoravano per lui erano ormai poche in quanto molte erano andate appunto a lavorare in fabbrica.
Ancora oggi le donne di Scarperia che ricamano si rivolgono al signor Sgobaro perché è un bravo disegnatore e un esperto di 'spolvero' la tecnica per trasportare sulla stoffa i disegni che sono alla base dei ricami.
Il signor Roberto Sgobaro ha spiegato ai bambini della scuola elementare di Scarperia le fasi del disegno su stoffa.
Vediamo il ciclo di lavorazione al telaio: ogni stoffa che diventava tovaglia o lenzuolo veniva messa su telai dalle dimensioni giuste, i telai erano molto grandi, la stoffa veniva cucita ai telai e tesa a tamburo e poi si lavorava. Le ricamatrici erano sedute su seggioline basse, la stoffa arrivava per lo più già disegnata dalla ditta committente e era corredata dai fili che necessitavano per il ricamo nei vari colori. A volte la ditta mandava dei piatti o dei vassoi da cui erano stati ripresi i disegni da ricamare per ricopiarne i colori e spesso la tovaglia veniva venduta in coordinato con il servizio di piatti di cui riproduceva i decori (ad esempio nel periodo della caccia si ricamavano spesso fagiani). Una volta fu ricamata una tovaglia enorme, che si chiamava 'Nozze d'argento', furono uniti insieme più telai per poterla ricamare, ci lavoravano molte ricamatrici a Scarperia, poi però fu portata a Firenze perché la consegna divenne urgente e le ricamatrici di Scarperia non bastavano. Ogni giorno un gruppo di ragazze di Scarperia veniva prelevato da due taxi su commissione della ditta Bellini e portato a Firenze dove lavoravano a turno con ricamatrici fiorentine praticamente quasi a ciclo continuo. Questa tovaglia per la sua magnificenza è stata anche esposta per un periodo a Palazzo Barberini. Era una tovaglia bianca di mussola di lino ricamata di bianco con ricami molto ricchi.
Nel periodo natalizio si ricamavano meravigliose tovaglie con filati d'oro.
La signora Bellini era una persona molto creativa, inventava i fili come ad esempio un filo lanato e li tingeva presso il suo laboratorio di Firenze a seconda dei ricami. Aveva un telaio chiamato 'telaio d'oro' con cui tesseva da sola stoffe pregiate ma con l'alluvione di Firenze del 1966 il negozio ebbe molti danni e il laboratorio con tutte le pregiatissime merci fu distrutto.
I fili erano sottili e comunque per ogni stoffa c'era il filato adeguato e si ricamava e cuciva con aghi sottilissimi.
Alla fine del lavoro c'era il lavaggio e la stiratura. Gli orli li faceva la signora Bellini oppure le bambine di sotto. Per finire un lavoro, ad esempio una tovaglia, ci si impiegava dai 15 giorni a un mese lavorandoci in 4.
Dopo gli anni '60 la società si è trasformata velocemente determinando la scomparsa di molte attività manuali soprattutto se esercitate in modo artigianale.
E' mutata inoltre la mentalità corrente: tradizioni che erano fondamentali fino a 40-50 anni fa oggi hanno perso completamente importanza. Poco importa se una ragazza sa o no ricamare: una volta non conoscere l'arte del ricamo era demerito familiare e sociale.
La società industriale richiede nuovi mestieri. L'innalzamento dell'età dell'obbligo nella scuola richiede che le ragazze, al pari dei ragazzi, dedichino molto del loro tempo allo studio. Chi cessa di studiare, anche prima del compimento degli studi, è attratto da altri lavori.
Il settore è stato anche messo in crisi dalla forte concorrenza straniera, soprattutto dei paesi asiatici che offrono questi prodotti a prezzi bassissimi.
Entrare in contatto con donne che hanno fatto per tutta la vita le ricamatrici è stata un'esperienza importante. Ci ha messo di fronte ad una realtà oggi quasi sconosciuta ma di grande rilevanza sociale fino a qualche decennio fa.
Link: www.comune.san-piero-a-sieve.fi.it/memoria/Scarperia/ricamatrice.htm
Fonte: www.comune.san-piero-a-sieve.fi.it